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Aveva una moglie Arturo Noris, una compagna che se ne stava da qualche parte ben lontana da lui. Era il carattere schivo a impedirgli di riuscire simpatico, un'attenzione sempre posta al lavoro e a nient'altro che si distaccasse da esso.
Come se l'avere a che fare ogni giorno con il sudiciume che si cela dietro a ogni vita non bastasse, il commissario amava torturarsi attorno alla natura di un lavoro che concedeva solo interrogativi, fornendo risposte troppo spesso parziali e incomplete. Ció che era giusto diventava per lui un'ossessione e avere l'assoluta certezza di una qualche colpevolezza, un traguardo. Proprio questo traguardo era ciò che tormentava di più il commissario Noris, sempre più convinto che ogni prova, di fronte a una ferma dichiarazione di innocenza, era solo un manipolare i fatti per plasmare una colpevolezza.
“Non è meningite!” Disse una voce sottile alle sue spalle. Il commissario si voltò gettando la sigaretta giù dal terrazzo e la dolce tirocinante che l'aveva accompagnato nella stanza del sospettato sorrise. “Non sono venuta per dirle di allontanarsi, poteva finirla.”
Noris guardò di sotto, imbarazzato come può esserlo un bambino sorpreso con le tasche piene di cioccolata. Il resto della sigaretta era sparito nell'erba.
“Ormai è andata! Sono già arrivati gli esami?”
“No, ma nell'ottanta per cento dei casi si tratta di falsi allarmi. Non ha l'aria di uno che sta per andarsene al creatore.”
“È la prima cosa che ho pensato quando l'ho visto.”
“Non è stato lui. Non ne sarebbe capace.”
“A cosa si riferisce?” Disse Noris fingendo di non aver capito.
“La bambina Down. Quella trovata nel bosco. Non è stato Michael.”
“Lo conosce bene?”
“No, ma tutti nei dintorni lo conoscono abbastanza per essere certi che non farebbe mai qualcosa di simile. È un ragazzo semplice, non farebbe del male a nessuno.”
“È la stessa cosa che si dice della maggior parte degli assassini prima che vengano giudicati tali da una corte.”
Lei si avvicinò al bordo della terrazza appoggiandosi al parapetto con i gomiti. Guardò alla montagna e alle case che si ammassavano in piccoli gruppi sparpagliati, come licheni aggrappati alle stesse rocce dalle quali sono nutriti.
“Lei non è di queste parti vero?”
“L'accento mi tradisce un'altra volta.” Rispose secco il commissario, voltandosi nella stessa direzione.
“Questa valle conta una cinquantina di Comuni, la maggior parte di questi sono costituiti da poche centinaia di abitanti. Vede quel paesino?” La ragazza allungò il braccio indicando un gruppo di case illuminato da un fascio di luce gialla che andava ritraendosi a vista d'occhio, ultimo sforzo di un sole che si nascondeva lento dietro al monte. “In quel paese non abitano più di duecento persone.”
“E non capitano spesso cose come questa.”
La ragazza annuì. Dovette accorgersi solo in quel momento della delicata innocenza di quel volto. Delle leggere occhiaie le sottolineavano gli occhi enormi e minuscole lentiggini le macchiavano la pelle candida.
“È stata...” Si interruppe all'istante, come se il pensiero di quella domanda la turbasse.
“Violentata? Non lo sappiamo ancora, ma in ogni caso non potrei dirglielo.”
Qualche metro più in lá l'agente Ferrari comparve alla porta. Non servì altro affinché Noris comprendesse che era giunto il momento di andarsene. Sorrise alla ragazza come si sorride a una persona dalla quale ci si licenzia con dispiacere.
“Come ti chiami?”
“Rosa.” Fece lei ricambiando il sorriso.
Noris si strinse nel cappotto e ricambiò, pronto a darle le spalle.
He had a wife, Arturo Noris, a spouse that was staying somewhere, well away from him. His reserved attitude made it hard for him to be well liked, always focusing on work and nothing else.
As if having to deal on a daily basis with the filth lying behind every life wasn't enough, the inspector loved torturing himself on the nature of a work that conceded only questions, providing answers all too often partial and incomplete. What was right became as an obsession to him, and having the absolute certainty of guilt was his goal. This goal was what tormented inspector Noris the most, always more convinced that every piece of evidence, in front of a firm plead of innocence, was but a manipulation of facts to establish one's guilt.
"It's not meningitis!" Said a soft voice behind is back. The inspector turned around, throwing the cigarette down the balcony and the sweet intern who had accompanied him in the suspect's room smiled. "I didn't come here to ask you to leave, you could finish it."
Noris looked down, embarrassed like a child caught with pockets full of chocolate. What remained of cigarette had disappeared in the grass.
"Well it's gone now! Are the results here already?"
"No, but in the eighty percent of the cases it's usually false alarms. He doesn't look like somebody about to face God."
"My first thought when I saw him."
"He didn't do it. He couldn't."
"What are you talking about?" Noris said, pretending not to understand.
"The child with the Down syndrome. The one found in the woods. It wasn't Michael."
"You know him well?"
"No, but everyone in the neighbourhood knows him well enough to be sure he would never do something like that. He is a simple boy, he couldn't harm anyone."
"It's the same thing that it is said of most of the murderers before they are judged as such by a court."
She approached the edge of the balcony, resting on the parapet with her elbows. She looked at the mountain and the houses gathered in small scattered groups, like lichens holding on to the same rocks from which they are nourished.
"You are not from around here aren't you?"
"My accent gives me away once again." The inspector replied curtly, turning to face the same direction.
"This valley counts about fifty towns, most of which are inhabited by few hundreds of people." See that town?" The girl stretched her arm to point at a group of houses, illuminated by a beam of yellow light visibly receding, the last effort of a sun slowly hiding behind a mountain. "No more than two hundred people live there."
"These kinds of thing don't happen very often."
The girl nodded. Only at that very moment did he notice the delicate innocence on that face. Light shadows highlighted her big eyes and some small freckles stained her pale skin.
"Was she... " She stopped right then, as if the very thought of that question upset her.
"Raped? We don't know yet, but I couldn't tell you anyway."
A few meters away, agent Ferrari appeared at the door. Noris didn't need any other sign to understand it was time to leave. He smiled at the girl as you would smile to somebody you are sorry to part with.
"What's your name?"
"Rosa." She said, returning his smile.
Noris tightened his coat and smiled, ready to turn his back to her.
Italian – English: Thriller Romance

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